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  1. Quando entrano in vigore le misure prescritte dal Garante con il provvedimento dell’8 maggio 2014?

Il Garante ha previsto un periodo transitorio di un anno a decorrere dalla pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale per consentire ai soggetti interessati di mettersi in regola. Tale periodo terminerà il 2 giugno 2015.

Le terapie psicologiche efficaci con bambini disattenti e iperattivi

Insieme verso il benessere

     

E’ stato da tempo riscontrato che i disturbi del comportamento sono al secondo posto, dopo le difficoltà di apprendimento, tra le cause di segnalazione che giungono, dalla scuola,  ai vari servizi territoriali. All’interno dei disturbi di comportamento i più diffusi sono il disturbo da deficit d’attenzione e iperattività e il disturbo oppositivo-provocatorio. Si tratta di categorie diagnostiche relativamente recenti che risalgono agli inizi degli anni ’80, quando venne pubblicata la terza edizione del sistema di classificazione diagnostica noto come DSM (messo a punto dall’associazione psichiatri americani). La tendenza all’ipermotricità, le difficoltà attentive e la scarsa capacità di autocontrollo sono le caratteristiche che sono maggiormente evidenziate nei bambini con disturbi comportamentali. Nel corso degli anni le etichette diagnostiche si sono trasformate in seguito al raggiungimento di nuove acquisizioni sull’argomento. Anche la concezione eziologia dei disturi ha subito varie trasformazioni. Attualmente prevale la tendenza a considerare rilevante la componente genetica ed…

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La relazione medico-paziente

La comunicazione medico-paziente si esprime con molti linguaggi e rappresenta un momento fondamentale del rapporto terapeutico.
Un tempo, la relazione medico-paziente era definita come “una storia di silenzio”, nella convinzione che “un buon paziente segue le direttive del medico senza fare obiezioni e senza porre domande” (da qui, ritengo, il nome di “paziente”).
Oggi assistiamo ad un cambiamento radicale: dal modello paternalistico che improntava la relazione medico-paziente si sta andando verso una relazione paritaria.
Al termine “paziente” si è sostituito il termine “cliente” o addirittura “esigente”, poiché il paziente sottopone richieste precise e si aspetta risposte chiare e risultati certi.
In realtà, ogni domanda di cura racchiude non soltanto una semplice richiesta di aiuto tecnico, ma anche un’esigenza di relazione.

Ignorare questa dimensione, significherebbe ridurre la medicina ad applicazione di una tecnica, trasformando il rapporto medico-paziente in una prestazione di servizi, senza tener conto che esso è in primo luogo attenzione ad una persona.

Vi è una differenza sostanziale tra scienza medica e Medicina: la prima considera l’uomo come oggetto d’indagine, che diventa “Medicina” solo quando si rivolge all’uomo non più come oggetto, ma come soggetto. Una buona qualità nella comunicazione può avere effetti positivi a vari livelli: dall’aderenza al trattamento proposto, al miglioramento dei sintomi, allo stato emotivo.
Gli ostacoli maggiori alla comunicazione medico-paziente emergono quando si dimostra di non saper ascoltare il paziente, in tal caso emerge chiaramente l’insoddisfazione del paziente. La cattiva comunicazione, genera nel paziente un’insoddisfazione maggiore della carenza di competenze tecniche.

Possono ostacolare la comunicazione:
1) La fretta: determina una riduzione del tempo dedicato alla relazione. Il colloquio diventa essenziale ed il paziente. Lo interpreta come uno scarso interesse nei suoi confronti
2) La distrazione: la sensazione che il medico non stia ascoltando
3) Il linguaggio: l’uso di un linguaggio tecnico contraddice lo stesso concetto di comunicazione.
4) L’interruzione: l’abitudine ad interrompere il paziente fa trarre conclusioni spesso sbagliate.
5) L’esclusione: l’esclusione del paziente dalla conversazione tra 2 medici (sul suo caso), condotta in termini specialistici, a lui scarsamente o per nulla comprensibili.

La malattia provoca, nel malato, una crisi di comunicazione
1) con sé
2) con gli altri
3) col mondo.

Eppure essere malati vuol dire aver bisogno degli altri, dei loro servizi, delle loro parole oltre ad avere il malato un bisogno profondo di esprimersi.

Entrare in comunicazione con l’altro significa entrare in rapporto con un altro sistema chiamato Persona, che presenta alcune caratteristiche complesse e profonde che possiamo racchiudere in 4 fondamentali “variabili“:
1) BIOLOGICHE (età, sesso, razza)
2) SOCIOLOGICHE (cultura, famiglia, stile di vita)
3) PSICOLOGICHE (atteggiamento, immagine di sé, comunicazione, stati d’animo, conoscenza, memoria)
4) SPIRITUALI (credenze religione, valori, filosofia di vita)

Da questo schema emerge la complessità della comunicazione, cioè quello scambio d’informazioni, emozioni, sentimenti tra almeno due persone, che avviene tramite i cinque sensi. È solo però quando si comunica se stessi e non ci si nasconde dietro un ruolo, che si realizza una vera comunicazione di vita.
La solitudine peggiore sta nel non poter comunicare se stessi a qualcuno. Questo bisogno di scambio di pensieri e di stati affettivi è insito nell’uomo; nasce dalla consapevolezza dei propri limiti e dal bisogno di cercare negli altri il completamento di se stessi.
Il processo comunicativo ha inizio quando una persona ne “incontra” un’altra; non ha importanza se la comunicazione è verbale o non verbale; ambedue le modalità possono costituire l’occasione di un breve incontro o l’inizio di un rapporto di comunicazione nel tempo.
Emerge così una duplice tipologia di comunicazione:
1) VERBALE
2) NON VERBALE
Infatti,oltre a comunicare un messaggio con parole, si può comunicare il “non detto”, attraverso altre modalità.
Le comunicazioni non verbali sono per lo più involontarie e quindi meno controllabili rispetto a quelle verbali.

Possiamo così distinguere i seguenti mezzi di comunicazione:
1) LA PAROLA: quale costante bisogno dell’uomo di capire e farsi capire, di uscire da sé e andare verso l’altro.
2) IL PARALINGUAGGIO: si parla lentamente, in modo incerto, irregolare, si modula la voce ecc. si urta contro i propri limiti.
3) IL CORPO: tensione muscolare, respirazione accelerata
4) IL VOLTO: in certe espressioni del volto affiora l’inconscio, la parte più profonda di sé.
5) LA POSIZIONE: in piedi, accanto, protesi, distanti.
6) L’UDITO: inteso come attenzione ai suoni non verbali, quali il sospiro, il silenzio, le pause, ecc.
7) L’ATTEGGIAMENTO: fumare, mordersi le unghie, muoversi in continuazione.
8) I GESTI: si comunica anche con la gestualità in particolare con chi ha deficit neurosensoriali o handicap.
9) IL TATTO: il contatto fisico fra due persone può essere strumentale, oppure spontaneo ed affettivo (dalla mano sulla spalla per incoraggiare, alla stretta di mano, all’abbraccio d’accoglienza e condivisione di un momento difficile).

Il processo di comunicazione tuttavia non sempre ottiene il risultato sperato. Occorre innanzitutto tener presente l’oggetto dell’ascolto: il DOLORE.
L’atteggiamento fondamentale, nei confronti di una persona che soffre, non consiste nell’abbondanza di parole e consigli, ma nella disponibilità all’ascolto.
Al silenzio interiore, necessario all’ascolto, deve unirsi anche un linguaggio essenziale
Di condivisione che dovrebbe caratterizzare anche il rapporto terapeutico.
Una medicina attenta alla persona è anche una medicina del “curante” oltre che del “curato”!
Il grado d’informazione del paziente circa la sua malattia condiziona notevolmente la comunicazione.

Il malato si rende conto dell’eventuale elusione delle risposte alle sue specifiche domande. Eppure il processo terapeutico, per quanto possibile, dovrebbe avere il malato come figura centrale e collaboratore principale delle modalità terapeutiche. Invece la tendenza a celare certe diagnosi, con l’aiuto dei familiari, si trasforma in una vera e propria “congiura del silenzio”, che costringe il malato a recitare la commedia della guarigione fino all’ultimo, senza la possibilità di esprimere le proprie ansie e paure. Non c’è niente di peggio delle briciole d’informazione, date con gesti, parole contraddittorie, occhiate tra parenti, amici ed operatori sanitari. In ospedale come in casa, parole e bisbigli attraversano le pareti della camera; l’usanza del silenzio è spesso più crudele della verità!

Inoltre spesso la sensazione che il paziente non si accorga di nulla, è più una sensazione desiderata per coloro che lo circondano, che un evento reale. Spesso non ascoltiamo ciò che ci viene detto, presumendo già di saperlo; udiamo solo ciò che vogliamo ed ascoltiamo solo ciò che coincide coi nostri obiettivi, cessando di ascoltare non appena abbiamo “classificato” l’interlocutore. Tentazioni queste che sono anche del malato, il cui comportamento è peraltro condizionato dal tipo di risposta che riceve a fronte della sua richiesta d’aiuto.

Possiamo così distinguere diverse tipologie di risposta (da parte del medico):
1) RISPOSTA VALUTATIVA: tende ad indicare all’interlocutore ciò che dovrebbe o non dovrebbe fare.
2) RISPOSTA INTERPRETATIVA: tende a dare una propria spiegazione per aiutare la persona a comprendere ciò che sta vivendo.
3) RISPOSTA DI SUPPORTO: vuole offrire un incoraggiamento, una consolazione all’interlocutore per ridurre la sua ansia.
4) RISPOSTA INVESTIGATIVA: tende a raccogliere ulteriori informazioni per approfondire ulteriormente il problema.
5) RISPOSTA DI SOLUZIONE IMMEDIATA DEL PROBLEMA: vuole offrire consigli e suggerimenti alternativi per risolvere velocemente il problema.
6) RISPOSTA EMPATICA: è il risultato di un processo d’ascolto attivo, che presuppone la capacità di mettersi dalla parte del malato e della malattia.

Fra tutte, solo la risposta empatica permette a chi soffre di sentire intorno a sé una comprensione ed una risposta coerenti al suo bisogno fondamentale di parlare di sé.
D’altra parte, accompagnare qualcuno non vuol dire precederlo, indicargli la strada, ma piuttosto camminare al suo fianco, stargli accanto, lasciandolo libero di scegliere la sua strada ed il ritmo del suo passo.
Al termine di questo percorso il malato da “patiens” potrà così divenire “agens”, cioè persona che, pur malata, sarà sempre capace di dare ed il medico avrà da un lato elaborato i suoi limiti umani, dall’altro i limiti della professione, sfuggendo così alla subdola convinzione che esista la possibilità di una “onnipotenza terapeutica” o di un totale distacco dalla sofferenza, come fosse esclusiva sofferenza altrui!

Quali allora le possibili strategie da adottare:
1)    PERSONALIZZARE L’ASSISTENZA
Personalizzare l’assistenza vuol dire considerare unico ogni paziente E dargliene la sensazione. Ma come fare quando ogni giorno si vedono decine di pazienti? Un modo sta nel considerare la persona che si ha di fronte come fosse l’unica della giornata (senza pensare al paziente prima né a quello dopo).
2) CONSIDERAZIONE

Considerare il paziente come noi stessi. Gandhi diceva: “Tu ed io siamo una cosa sola, non posso farti del male senza ferirmi”. È un atteggiamento rivoluzionario rispetto a quello di porsi di fronte al paziente come un datore di servizi.
Dunque nessuna preferenza né distinzione (tra patologie più o meno interessanti, persone collaboranti o resistenti), ma tutti i pazienti hanno lo stesso diritto alla mia attenzione. Il medico non può aspettarsi che sia il paziente a comportarsi in modo “ideale”; sta al medico prendere l’iniziativa che faccia avvertire il suo interessamento ed il desiderio di essergli d’aiuto. Questo atteggiamento facilita il rapporto di fiducia facendo scaturire una reciprocità ed una conseguente alleanza terapeutica.
Premessa a tutto questo è la capacità d’ascolto, che va ben oltre il semplice udire.
Infatti se l’UDIRE si esaurisce a livello della funzione uditiva e si attua anche senza la volontà della persona, ASCOLTARE significa invece percepire non solo le parole, ma anche i pensieri, lo stato d’animo, il significato personale e profondo del messaggio trasmesso.

Per ASCOLTARE, occorre staccarsi dai propri interessi, dai propri schemi mentali, per introdursi gradualmente e con rispetto nel mondo dell’altro. Perché cresca una buona capacità d’ascolto è necessario un atteggiamento spesso difficile da mettere in pratica, pur rappresentando una condizione indispensabile per l’ascolto: si tratta della sospensione del giudizio, che significa astenersi da valutazioni di approvazione o disapprovazione, da affrettate conclusioni.
L’ascolto richiede di tacere; soprattutto di far tacere la propria comunicazione intrapsichica, cioè il nostro vissuto, che colui che parla ridesta in noi.
Oltre al silenzio di chi ascolta, deve esserci spazio anche per il silenzio dell’altro, poiché a volte, col suo silenzio vuole dirci che ha bisogno di riflettere o che si sente bloccato per qualcosa che ha colto in noi o nell’ambiente, oppure vuole semplicemente il nostro aiuto a parlare (ad esempio ponendo qualche domanda).
Essere al servizio del malato, vuol dire prendersi carico di una persona, interessarsi a lei, comunicare, ascoltare, comprendere.

La persona malata si attende da quelli che lo curano non soltanto un farmaco, un atto terapeutico, la salute, ma piuttosto un’assistenza che sia destinata a lei come Persona. Una relazione d’aiuto deve pertanto prevedere i seguenti interventi:
1) aiutare la persona a sviluppare una relazione di fiducia; il malato non può riporre la sua fiducia nella tecnica e nella medicina, ma nelle persone che lo curano
2) aiutare la persona a mantenere il controllo della sua vita
3) aiutare la persona a conservare la stima di sé.

Sono questi gli interventi necessari affinché la persona, anche quando il ritorno al benessere fisico si fa sempre più incerto, non cada nella disperazione, lasciandosi andare al proprio destino.
Occorre superare l’idea che ci sia un universo di “sani” che si occupa di un universo di “malati”.

In un recente romanzo italiano, dal titolo “Cosa sognano i pesci rossi” (ove i pesci rossi sono i pazienti chiusi negli ambienti vitrei di un reparto di Terapia Intensiva), l’autore (Direttore di un Reparto di Anestesia e Terapia Intensiva) descrive la figura di un medico: “…chirurgo di discrete capacità tecniche, ancora in fase di crescita professionale; uno di quei pochi medici che se gli venisse posta la domanda classica: – Perché hai studiato medicina? – potrebbe sinceramente rispondere:  “Perché voglio guarire la gente”.

Gli piace la gente, gli piace la vita e la gente è vita. Gli piace ascoltare la gente ed è sempre disponibile per tutti. Ogni malato che non guarisce non è una sconfitta personale, è una sconfitta della vita e non è certo un asceta o un santo e nemmeno un missionario.

Gli piace curare le persone… e sembra quasi incredibile!

L’autismo

        

      L’autismo è oggi ritenuto un disturbo dello sviluppo dovuto a difficoltà del sistema nervoso centrale con anomalie qualitative nelle aree della relazione sociale reciproca, della comunicazione verbale e non verbale, con un repetorio limitato e ripetitivo di comportamenti e interessi. Si definiscono colpite da autismo le persone che presentano queste caratteristiche ben descritte nei manuali diagnostici internazionali: DSM IV e ICD10, prima dei tre anni di vita.

      Vi son disturbi molto simili, ma che differiscono dall’autismo ,nonostante le persone colpite presentino difficoltà nelle abilità sociali e comunicative e che rientrano nel gruppo dei “disturbi generalizzati dello sviluppo”.

      La maggior parte delle persone autistiche presentano anche ritardo mentale, soprattutto di grado medio anche se, una minoranza, è di intelligenza normale o quasi normale. Non è sicuramente il ritardo, però, a caratterizzare l’autismo, quanto le difficoltà a comprendere e usare modalità sociali e comunicative che, di solito, aiutano molto i bambini normali o con altri handicap, a crescere.

      In ogni caso, l’autismo, è un handicap e non un rifiuto o blocco psicologico: i genitori non hanno nulla a che fare con l’origine del disturbo (come un tempo si era affermato) e, anzi, sono proprio loro che ad un certo punto, scoprono le difficoltà speciali del loro bambino e su queste, riprogettano la loro vita.

      Di fatto, ancora oggi, non esiste una cura. Si sa, tuttavia, che  indipendentemente dalla gravità del problema, tutti i bambini colpiti, sono in grado di imparare purché si tenga conto delle loro caratteristiche.

      Molte ricerche hanno fatto sì che si definisse quello che, per ora, pare il trattamento più efficace. Non si tratta di un singolo metodo o terapia, quanto di un sistema integrato di interventi, con:

  • diagnosi precoce congiunta ad una chiara informazione alla famiglia;
  • accertamenti medico-biologici e monitoraggio delle condizioni mediche associate;
  • sostegno pratico e psicologico alla famiglia;
  • educazione del bambino;
  • servizi predisposti per l’intero ciclo di vita della persona;
  • coordinamento tra operatori e servizi che se ne occupano.

      Per ora, in Italia, non esiste una struttura di tal fatta che si occupi dello svolgimento di tutte le parti previste da tale sistema, ma ognuno può decidere di quali parti occuparsi.

 

    L’EDUCAZIONE del BAMBINO AUTISTICO

      Per quanto attiene all’autismo, così come per tutti gli handicap, è necessaria un’educazione che si estenda dall’età infantile fino a quella adulta poiché è necessaria un’educazione permanente e, dunque, per tutto il ciclo di vita.

      Il bambino autistico vive la sua crescita ostacolato da gravi deficit che gli impediscono l’apprendimento spontaneo come avviene per tutti i bambini non autistici che imparano da soli o, tutt’al più, con l’aiuto dei genitori, altri bambini, nonni, ecc. Ovviamente l’educazione per tale bambino diviene artificiale e, proprio per questo, non sarà mai come il processo naturale di sviluppo-apprendimento spontaneo, ma potrà tuttavia dare risultati.

      Qui, come per gli altri handicap, l’educazione avrà il compito d’incoraggiare ad apprendere sempre nuove abilità per vivere e conoscere il mondo e, in esso, destreggiarsi. Partendo dalle risorse e dai problemi della persona nonché dalle caratteristiche del suo ambiente di provenienza e di vita, si dovrà fornire la base per un trattamento che faccia leva proprio su queste, per l’apprendimento di nuove abilità, modificando nel contempo l’ambiente stesso per adattarsi alle caratteristiche stesse della persona.

      Ogni intervento, allora, è educazione: dall’implementazione delle abilità del bambino, all’educazione dei genitori, fino all’incremento dell’apprendimento degli esperti, rispetto a nuovi dati che derivano dall’esperienza col bambino stesso.

      Come già detto, l’autismo è un disturbo che mina precocemente e in profondità le normali capacità evolutive di un bambino e le aree più colpite e che risultano anomale, sono essenzialmente tre:

  1. quella delle relazioni interpersonali;
  2. quella della comunicazione sia verbale sia extraverbale;
  3. quella delle attività immaginative e del gioco.

      Tutte queste aree sono fondanti per uno sviluppo normale dell’adattamento e delle capacità dell’essere umano di integrarsi in un tessuto sociale. I tentativi che sono fatti per arginare e sopperire a tali deficit spaziano dalla psicoterapia classica, ai metodi cognitivo comportamentali, dalla holding a terapie di integrazione sensoriale e, ancora, l’ippoterapia, la delfinoterapia, la terapia con animali domestici e altre forme d’intervento.

      Indubbiamente, i metodi proposti finora per l’autismo sono presentati e descritti come efficaci. E’ anche vero che non si può non tener conto della variabile “età” che riveste un ruolo fondamentale, visto che trattare con bambini al di sotto dei 5 anni o adolescenti è diverso che trattare con adulti. Nel primo caso, ossia per i bambini al di sotto dei 5 anni, le aspettative sui risultati sono di maggiore entità, mentre nel secondo e terzo caso (adolescenti e adulti) pare lecito “accontentarsi” di lievi miglioramenti dell’autonomia e della qualità della vita per una riduzione dei problemi comportamentali.

      L’attenzione va posta, sicuramente, sull’insegnare ai bambini autistici che altri pensano e provano sentimenti, ma anche sul far loro apprendere le strategie per pensare e porsi come veri attori nella risoluzione di un problema. Il tutto, nel pieno rispetto delle caratteristiche individuali di tali bambini e tenendo sempre in considerazione il fatto che i bambini con autismo sono accumunati nella patologia, ma, ognuno, ha la sua personalità che influenzerà, ovviamente, le sue potenzialità e il suo stile di apprendimento.

     Compito di operatori, educatori, genitori e insegnanti non sarà solo di trasmettere delle conoscenze, poiché l’apprendimento e l’insegnamento si sviluppano attraverso differenti transazioni tra individui. E, affinché ciò avvenga,  è necessaria la compartecipazione di entrambe le parti nel processo, è necessaria la negoziazione, la comunicazione e l’uso di segnali sociali, elementi questi, difficilmente fruibili e gestibili dai soggetti autistici.

      C’è da dire, inoltre, che l’intervento precoce è prezioso, ma non è mai troppo tardi per migliorare la qualità di vita dei soggetti autistici attraverso una migliore comprensione e una più efficace risposta alle loro esigenze. L’educazione, in ultima analisi, può essere efficace no solo al fine di migliorare i sintomi dell’autismo ma anche per attenuare alcune delle maggiori difficoltà di apprendimento ad esso connesse.

Temple Grandin è un’autistica dotata che riscuote grande successo come docente universitaria, designer di professione e donna d’affari; conduce una vita piena e tiene lezioni e conferenze in tutto il mondo. E’ perfettamente consapevole di pensare e percepire in modo diverso dagli altri e afferma d’essere felice di essere autistica sia per le risorse, sia per le limitazioi che da questa condizione le derivano. La maggior parte dei genitori e operatori fanno fatica ad accettare pienamente tali affermazioni anche perchè la maggior parte dei soggetti autistici hanno difficolta di apprendimento e limitazioni che rendono i punti di forza meno evidenti.

Di certo è necessario che gli operatori capiscano il modo di pensare e apprendere degli individui con autismo, per poter lavorare in base al contesto che è loro peculiare.

      Ciò che noi siamo sicuramente in grado di fare, è descrivere l’autismo dal nostro punto di vista di non autistici, interpretando la vista degli autistici nei termini di come sarebbe per noi vivere se fossimo privi di determinate capacità di comprensione come il capire le intenzioni altrui. Al di là di questo, però, è indispensabile fondare l’educazione su ciò che conosciamo e non su prescrizioni rigide. Grazie agli studi di Simon Baron-Cohen e Uta Frith, si è scoperto che i soggetti autistici incontrano particolari difficoltà nel capire gli stati mentali altrui: non solo non capiscono ciò che gli altri pensano e sentono [ciò si manifesta con la “mancanza di empatia”], ma non capiscono nemmeno che essi stessi pensano e provano una sensazione. Questo aiuta a collegare gran parte dei modelli di pensiero autistico. Non è esatto, pertanto, affermare che gli autistici non pensano e non sentono, poiché essi possono solo non esserne consapevoli.

      La maggiore difficoltà che deriva da questo decifit è che, tali persone risultano imprevedibili e i non autistici fondano la compresione degli altri e del loro probabile comportamento su ciò che loro pensano che gli altri sentano, vogliano, credano. Noi interpretiamo continuamente le azioni altrui e tale processo è al centro delle nostre interazioni sociali, permettendoci di reagire nei contesti sociali. Senza comprensione sociale le persone parrebbero sicuramente, imprevedibili e i contesti sociali con le persone all’interno provocherebbero disorientamento, tensione, paura. Da qui le difficoltà interpersonali dell’autismo, la rigidità di pensiero e di comportamento.

      Ritengo che, per lavorare con alunni autistici, sia necessario riconoscere la vera natura del problema. Solo così si potrà strutturare l’ambiente per favorire l’apprendimento nonostante tali difficoltà, al fine di migliorare la qualità di vita presente e futura di questi bambini. Imparare a esser parte di una società che per lo più è totalmente estranea è alquanto difficile per tutti. Confrontandosi, allora, con tali tematiche ci si assicura che, quello che si insegna sia veramente di beneficio per l’alunno e non giovi solo alla particolare situazione in cui il soggetto si trova.

Le terapie psicologiche efficaci con bambini disattenti e iperattivi

     

E’ stato da tempo riscontrato che i disturbi del comportamento sono al secondo posto, dopo le difficoltà di apprendimento, tra le cause di segnalazione che giungono, dalla scuola,  ai vari servizi territoriali. All’interno dei disturbi di comportamento i più diffusi sono il disturbo da deficit d’attenzione e iperattività e il disturbo oppositivo-provocatorio. Si tratta di categorie diagnostiche relativamente recenti che risalgono agli inizi degli anni ’80, quando venne pubblicata la terza edizione del sistema di classificazione diagnostica noto come DSM (messo a punto dall’associazione psichiatri americani). La tendenza all’ipermotricità, le difficoltà attentive e la scarsa capacità di autocontrollo sono le caratteristiche che sono maggiormente evidenziate nei bambini con disturbi comportamentali. Nel corso degli anni le etichette diagnostiche si sono trasformate in seguito al raggiungimento di nuove acquisizioni sull’argomento. Anche la concezione eziologia dei disturi ha subito varie trasformazioni. Attualmente prevale la tendenza a considerare rilevante la componente genetica ed ereditaria, pur non negando l’influenza di altri fattori, quali complicazioni relative alla gravidanza e al parto, esposizione a particolari sostanze tossiche, danno neurologico, caratteristiche dell’ambiente sociale ed inadeguatezze nelle pratiche educative.

      La maggior parte dei contributi sullo studio dei disturbi del comportamento proviene dagli Stati Uniti, dove all’inizio degli anni novanta si potevano contare circa 5000 ricerche sull’argomento. Per quanto riguarda il nostro Paese, dopo i fallimentari tentativi di trovare le cause del problema all’interno di dinamiche inconsce, si è cercato per molto tempo di eludere il problema o si è ricorso a interpretazioni mediche ormai obsolete. Basti pensare che fino a non molti anni fa in Italia, la maggior parte degli operatori dei servizi di neuropsichiatria infantile, utilizzava ancora l’etichetta diagnostica “disfunzione cerebrale minima”, che nell’ambito della comunità scientifica internazionale è orma in disuso dagli anni settanta. Se poi passaimo all’ambiente scolastico, non è poi tanto raro imbattersi ancora in descrizioni quali “alunno caratteriale”.

LE STRATEGIE D’INTERVENTO

Le principali procedure rientranti in un piano di terapia d’intervento:

  1. invervento clinico col bambino
  2. formazione dei genitori
  3. consulenza sistematica alla scuola

      Alcuni sostengono che essendo il disturbo di natura biologica, le uniche cure efficaci siano necessariamente di tipo biologico. Tale affermazione ha in sé un grande errore di fondo del tipo pentitio principii in quanto esistono diverse patologie che, pur essendo di natura biologica, sono trattate efficacemente con terapie non biologiche in grado di ridurre significativamente la sintomatologia facente parte del disturbo. Vorrei inoltre rilevare che il trattamento farmacologico ha in sé alcuni limiti rilevanti:

  • gli effetti positivi cessano poche ore dopo la sosptensione del farmaco, ripristinando la situazione precedente anche dopo anni di somministrazione;
  • il farmaco non potrà mai insegnare al bambino con tali problemi, alcune abilità in cui è estremamente carente, ad esempio le abilità sociali, la tolleranza alla frustrazione, l’autocontrollo emotivo;
  • il farmaco può accentuare nel bambino il locus of control esterno, può cioè rafforzare la convinzione che in lui possono verificarsi dei cambiamenti solo per l’intervanto di fattori esterni (cioè per la medicina);
  • in conseguenza di ciò può indebolirsi nel bamino il senso di autoefficacia e, quindi, la sua capacità di contare sulle proprie risorse personali.

La formazione dei genitori

      Nella maggior parte dei casi i genitori di un bambino con tale problema, si trovano a non esser sufficientemente preparati nell’affrontare la vasta gamma di difficoltà in cui si imbattono nel crescere il proprio figlio. Alcune volte non si rendono conto di contribuire essi stessi a creare problemi nel bambino a causa del loro personale disagio psicologico, altre volte invece le difficoltà possono aumentare a causa della disiformazione o della cattiva informazione, in materia di pratiche educative.

      Gli obiettivi della formazione dei genitori sono:

  1. Insegnare a gestire meglio il proprio stress emozionale nel rapporto con bambino dificile. Si tratta di guidarli ad apprendere che la causa dei loro stati d’animo negativi, di collera, ansia, depressione, risiede non tanto negli eventi che si verificano, ma nel modo in ci essi percepiscono, interpretano e giudicano tali eventi. L’intento è quello di far sperimentareai genitori che possono essere in grado di superare i propri problemi emotivi, evitando che essi si ripercuotano sul comportamento del bambino.
  2. Mostrare ai genitori come applicare l’autocontrollo emozionale ai problemi emotivi del bambino, affinché siano in grado di aiutarlo a imparare a dominare gli stati d’animo negativi anziché esserne sopraffatto.
  3. Far acquisire ai genitori le informazioni necessarie per comprendere meglio il comportamento del bambino e correggere eventuali convinzioni erronee in fatto di pratiche educative.
  4. Insegnare ai genitori abilità di problem solving e procedure di modificazione del comportamento per affrontare i problemi presentati dal bambino.

      L’intervento, nella forma completa, si articola in 8-10 incontri di 90 minuti ciascuno. Le dimensioni del gruppo può variare da 5 a 12 persone. La quantità ottimale è di 8-10 partecipanti, poiché un gruppo di tali dimensioni, consente di affrontare una vasta gamma di stuazioni e nello stesso tempo ofre a tutti la possibilità di assumere una parte attiva nelle discussioni. Quando partecipano al gruppo entrambe i genitori, possono essere incluse fino a 16 persone. In tal caso è però preferibile estendere la duratadi ogni incontro a due ore.